18 ottobre 2009

Che problema c'è a essere ricchi?

Dipende da cosa si intende per essere ricchi: un benessere nel senso di una vita "buona", che non vada a scapito degli altri o dell'ambiente, sarebbe teoricamente possibile per tutti sulla Terra. Ma se pochi possiedono molto più di quello che dovrebbe essere a disposizione di tutti, allora diventa un problema.

Ben più della metà della popolazione mondiale è povera, la maggior parte è così povera da non potersi permettere di soddisfare molti bisogni elementari. Tra le altre cose non possono permettersi cibo, alloggio, istruzione, cure mediche, acqua potabile, ma neanche divertimenti, sicurezza o attività culturali. Poi esistono tante persone — che chiamiamo il "ceto medio" — che hanno da vivere, ma che non sono necessariamente milionarie. A questa classe appartiene la maggior parte della popolazione dei Paesi industrializzati, come per esempio l'autore di questo libro e presumibilmente quasi tutti i suoi lettori. E poi ci sono i ricchi e i super ricchi, cioè i milionari e i multimilionari e, in cima alla scala, i miliardari.

Il divario tra poveri e ricchi aumenta sempre di più: i 946 miliardari del mondo possiedono 3,5 bilioni di dollari (che significa 3,5 milioni di milioni), un terzo in più rispetto all'anno scorso. Gli abitanti dei venti Paesi più ricchi nel 1962 guada- gnavano cinquantaquattro volte il reddito degli abitanti dei venti Paesi più poveri, nel 2002 il reddito dei Paesi ricchi superava quello dei Paesi poveri di centoventuno volte.

La colpa è dei ricchi? Dovremmo essere contenti che ci siano almeno un paio di persone benestanti. In fin dei conti dicono che facciano girare l'economia, cosa che giova a tutti, perché un miliardario spende più soldi, che in definitiva filtrano fino alle classi sociali più basse. Quando per esempio una persona ricca costituisce un'azienda o compra grandi quantità di merce — merce che deve essere prodotta - crea posti di lavoro e assicura un reddito a molti altri.

Questa opinione è molto diffusa. Di solito ci si riferisce all'economista Adam Smith, che visse nel xviii secolo e che ha la fama di essere uno dei padri dell'economia del libero mercato. Oggi questo fenomeno si definisce effetto trickle-down (dall'inglese trickle = filtrare). Lo si potrebbe rappresentare con l'immagine di un pasto opulento dei ricchi, durante il quale cadono in terra un paio di briciole delle quali si nutrono i poveri. Ma noi vogliamo davvero accontentarci del fatto che una piccola minoranza possa mangiare pasti luculliani, mentre la maggioranza deve cavarsela con i resti?

Naturalmente si potrebbe obiettare: «Essere ricchi è un diritto dei ricchi. In fin dei conti si sono guadagnati i loro beni e non hanno tolto niente a nessuno». Ma è possibile entrare onestamente in possesso di patrimoni così immensi? In questo libro vedremo che gran parte del denaro dei super ricchi è stato guadagnato tutt'altro che onestamente. Spesso proviene da speculazioni finanziarie o da quote di aziende multinazionali che realizzano i loro utili sfruttando ambiente e manodopera.

Un singolo può intascare milioni solo quando tanti altri lavorano guadagnando molto poco. O se considera risorse naturali (come cibo o materie prime), di cui in realtà molte persone avrebbero bisogno, semplicemente come sua proprietà privata. Come ultima possibilità resta l'accumulare un capitale di dimensioni tali (per eredità o per mezzo di trucchi particolari) che si moltiplichi praticamente da solo. Nei mercati finanziari infatti si può guadagnare denaro con altro denaro, per esempio grazie a tassi d'interesse elevati o a speculazioni. È come un gioco nel quale colui che possiede di più detta le regole. E gli altri devono pagare.

La ricchezza non è alla portata di tutti, per quanto ci si possa impegnare. Vista la distribuzione dei beni della Terra, l'estrema ricchezza si basa sempre sulla povertà altrui. Il nostro pianeta infatti è un sistema a risorse limitate. Può produrre solo una quantità limitata di alimenti, energia e materie prime. Eppure ce ne sarebbe abbastanza per tutti: alcuni scienziati hanno calcolato che la nostra Terra potrebbe nutrire dodici miliardi di persone. In questo momento siamo sette miliardi scarsi. Entro il 2050 la popolazione aumenterà fino a nove miliardi, poi diminuirà un poco, secondo una stima dell' oNU. E anche per nove miliardi di persone ci sarebbero comunque viveri a sufficienza. Dovremmo solo avere più riguardi per l'ambiente. Non è la sovrappopolazione il problema maggiore, bensì il comportamento sprezzante dell'umanità nei confronti della natura e l'ingiusta ripartizione delle sue risorse.

Immaginiamoci di essere in dieci, rinchiusi in una casa nella quale ci sono viveri e tutte le altre cose necessarie per mantenere in vita venti persone. Il più forte dei dieci dice: «L'80% di tutti questi beni appartiene a me». Poi sceglie altre quattro persone perché si dividano quasi tutto il resto a un'unica condizione: che si schierino dalla sua parte quando gli altri cinque si ribelleranno. Per loro infatti non rimane quasi nulla. Questa è pressappoco la situazione nella quale -oggi viviamo nel nostro mondo.

La maggior parte di noi qui in Europa — me compreso — fa parte di quei quattro che, nonostante non abbiano tanto come il primo, hanno pur sempre abbastanza. Noi costituiamo il ceto medio. Il più forte della casa rappresenta i ricchi, i grossi gruppi e i loro alleati politici sono coloro che fanno le regole. Gli altri, coloro per i quali non avanza quasi nulla, rappresentano la situazione della maggioranza della popolazione mondiale che vive in miseria in Africa, Asia, America Latina e sempre più anche nelle nostre immediate vicinanze.

Cosa perderebbero i quattro del "ceto medio" del nostro esempio — e cosa guadagnerebbero — se non si attenessero alle regole e insistessero affinché la ripartizione fosse equa?

[fonte: "Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere" di Klaus Werner-Lobo]
[fonte immagine]

Nessun commento:

Post più popolari

Archivio dei post

- Clicca sulle frecce nere per espandere e leggere i titoli
- clicca sui titoli per leggere il post.