30 marzo 2008

Nati per vincere


VINCENTI E PERDENTI

« Non puoi insegnare qualche cosa a un uomo.
Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé »
(Galileo)

Ogni essere umano nasce come qualcosa di nuovo, qualcosa di mai esistito prima. Ognuno di noi nasce con la capacità di vincere la vita. Ognuno ha un suo modo originale di vedere, ascoltare, toccare, gustare e pensare. E dunque ognuno — uomo o donna — ha un suo proprio irripetibile potenziale di possibilità e di limiti. Può essere espressivo, pensante, consapevole, creativo, può essere produttivo: in altri termini, un vincente.
Le parole "vincente" e "perdente" hanno molti significati. Quando qui diciamo di uno che è un vincente non intendiamo uno che fa perdere gli altri. Per noi, vincente è chi reagisce in modo autentico, chi è credibile, degno di fiducia, sensibile, genuino sia come individuo sia come parte della società. Un perdente e uno che non riesce a reagire con autenticità.
E' quello che intendeva Martin Buber con l’esempio del rabbino a cui sul letto di morte venne chiesto se era pronto ad andare all’altro mondo. « Sono pronto, disse il rabbino, perché dopo tutto non mi verrà chiesto: Perché non sei stato Mosè?, ma solo: Perché non sei stato te stesso? ».
Pochi sono vincenti o perdenti al cento per cento. E piuttosto questione di gradi, e nell’atto stesso in cui uno si mette in azione per essere un vincente le sue possibilità di diventarlo , aumentano.
Scopo di questo libro è facilitare il cammino.

VINCENTI
Ogni vincente ha diverse potenzialità di vittoria. Ma questa non sta nel successo ma nell’autenticità. Una persona autentica vive la propria realtà conoscendo se stesso, essendo se stesso, diventando sempre più credibile e sensibile.
Le persone autentiche realizzano la propria irripetibile individualità personale e apprezzano quella degli altri. Le persone autentiche — i vincenti — non dedicano la loro vita a fabbricarsi una propria immagine ideale di se stessi. Semplicemente, sono se stessi; e appunto per questo non sprecano né a recitare una parte né a simulare né a manipolare gli altri. I vincenti sono in grado di farsi conoscere per quello che sono anziché proiettare immagini che piacciano, provochino o seducano. Sanno che amare è diverso dall’agire come se si amasse, e che vi è differenza fra essere stupidi e agire da stupidi, fra essere intelligenti e mostrarsi intelligenti. Non sentono il bisogno di nascondersi dietro una maschera e si liberano da ogni immagine non realistica di sé, così di inferiorità come di superiorità. L’autonomia non spaventa i vincenti.
Momenti di autonomia li abbiamo tutti, anche se fugaci. Ma i vincenti sono in grado di conservare la propria autonomia per un tempo sempre maggiore. Anche se possono perdere terreno e sbagliare, tuttavia, gli occasionali regressi non distruggono la loro fondamentale fiducia in se stessi.
I vincenti non hanno paura di pensare a modo loro e di usare le proprie cognizioni, sono in grado di separare i fatti dalle opinioni e non pretendono di avere pronte tutte le soluzioni. Ascoltano gli altri e, pur tenendo nel giusto conto ciò che costoro dicono, ne traggono proprie conclusioni. Anche se sanno ammirare e rispettare gli altri, non si lasciano limitare, demolire, costringere o impaurire.
Il vincente non recita la parte dell'incapace né gioca a “biasimo”; si assume invece la responsabilità della propria vita e non concede a nessuno una falsa autorità su di lui. Sa di dipendere solo da se stesso.
Il vincente fa un giusto uso del tempo, reagisce in ogni situazione in modo appropriato, risponde ai messaggi che riceve e rispetta l’importanza, il valore, il benessere e la dignità degli altri. Sa che vi è una stagione per tutto e un momento per ogni attività:

un momento per essere aggressivi e uno per essere passivi,
un momento per stare insieme e uno per restare soli,
un momento per lottare e uno per amare,
un momento per lavorare e uno per giocare,
un momento per piangere e uno per ridere,
un momento per confrontarsi e uno per isolarsi,
un momento per parlare e uno per stare in silenzio,
un momento per affrettarsi e uno per aspettare.

Per i vincenti il tempo è prezioso e dunque non lo sprecano, ma lo vivono nel “qui e ora”. Vivere nel tempo presente non significa ignorare — il che sarebbe sciocco — il proprio passato, o trascurare di prepararsi al futuro: significa piuttosto che i vincenti conoscono il loro passato, vivono consapevoli il presente e aspettano il futuro. I vincenti imparano a conoscere i propri limiti e i propri sentimenti e a non averne paura. Non si lasciano arrestare dalle proprie contraddizioni e ambivalenze. Essendo persone autentiche sanno quando sono in collera e percepiscono quando sono gli altri a essere in collera con loro; possono dare e ricevere affetto, essendo capaci di amare e di essere amati.
I vincenti sono perlopiù spontanei. Non si sentono cioè costretti a reagire in modi predeterminati e rigidi, ma sanno quando è necessario modificare i loro piani. Hanno il
gusto della vita, amano il lavoro, il gioco, il cibo, gli esseri umani, il sesso, il mondo della natura. Senza sensi di colpa si godono i propri successi; e senza, invidia partecipano al successo degli altri. I vincenti possono divertirsi liberamente, ma possono anche rimandare il momento del piacere. Sanno disciplinarsi nel momento presente per godere di più nel futuro. I vincenti non hanno paura di inseguire quello che vogliono ma lo fanno nel modo adatto; non ottengono la sicurezza di sé prevaricando sugli altri, ma neppure si propongono di perdere.
Un vincente si interessa del mondo e della gente. Non si isola dai problemi generali; li affronta, al contrario, impegnandosi con passione per migliorare la società. Perfino
di fronte ad avversità di portata nazionale e addirittura internazionale l’immagine che un vincente ha di sé non è quella di una persona impotente: si adopera piuttosto per rendere il mondo una dimora migliore.


PERDENTI

Sebbene si “nasca per vincere”, si nasce anche indifesi e totalmente dipendenti dall’ambiente. I vincenti riescono a passare dalla totale impotenza all’indipendenza e quindi alla interdipendenza. I perdenti non ci riescono. A un certo momento cominciano a evitare di assumersi le proprie responsabilità.
Pochi — si e già detto — sono vincenti o perdenti in assoluto. Per lo più, si e vincenti in alcuni campi e perdenti in altri. E l’essere perdenti o vincenti dipende anche dagli avvenimenti vissuti nell’infanzia.
Una mancata risposta ai bisogni di dipendenza, una scarsa nutrizione, la brutalità, poco felici rapporti affettivi, malattie, delusioni continue, cure fisiche inadeguate ed eventi traumatici sono alcune fra le molteplici esperienze che possono contribuire a creare dei perdenti. Simili esperienze interrompono, arrestano, impediscono il normale progresso verso l’autonomia e l’autorealizzazione. Per far fronte alle esperienze negative, sin da bambini si impara a manipolare sia se stessi che gli altri; e in seguito e difficile riuscire ad abbandonare tali tecniche manipolative che diventano spesso modelli stabili di comportamento.
Un vincente si impegna per disfarsene, i perdenti ci si aggrappano. Parlano di se stessi come di persone di successo ma ansiose, si sentono in trappola, si sentono infelici. Oppure parlano di se come di persone totalmente sconfitte, senza scopo, incapaci di andare avanti, morte a metà o annoiate a morte. Non si rendono conto che nella maggior parte dei casi sono stati loro a costruirsi la propria gabbia, a scavarsi la fossa, ad annoiare se stessi.
Un perdente vive raramente nel presente, piuttosto lo distrugge concentrandosi sul passato o su aspettative future. Vivendo nel passato, indugia sui bei tempi andati o sui suoi guai trascorsi; si aggrappa comunque sempre nostalgicamente alle cose come erano allora. Il perdente si lamenta per la cattiva sorte, si compiange e butta sugli altri la responsabilità della sua vita insoddisfatta. Biasimare gli altri e assolvere se stessi sono due cose che fanno spesso parte dei giochi dei perdenti. Il “se soltanto...” è la recriminazione del perdente che vive nel passato:

« Se soltanto avessi sposato qualcun altro... »
« Se soltanto facessi un lavoro diverso... »
« Se soltanto avessi terminato gli studi... »
« Se soltanto fossi stata più bella... »
« Se soltanto mio marito avesse smesso di bere... »
« Se soltanto fossi stata ricca... »
« Se soltanto avessi avuto dei genitori migliori... »

Chi vive nel futuro sogna il miracolo che gli consenta di vivere felice e contento per sempre. Anziché vivere la propria vita, aspetta che la salvezza arrivi per magia: “come sarà bello quando...”:

« Quando arriverà il principe azzurro, o la donna ideale... »
« Quando avrò finito gli studi... »
« Quando i figli saranno cresciuti... »
« Quando inizierò il nuovo lavoro... »
« Quando il capo creperà... »
« Quando verrà il mio momento... »

C’è dunque, da una parte, chi vive nell’illusione di una salvezza magica; ma c’è anche chi vive costantemente nel timore di una futura catastrofe. Fantasticano su aspettative del tipo “cosa mi succederà se...”:

« Cosa mi succederà se perdo il lavoro... »
« Cosa mi succederà se divento pazzo... »
« Cosa mi succederà se mi butto nella mischia... »
« Cosa mi succederà se mi rompo una gamba... »
« Cosa mi succederà se non gli piacerò... »
« Cosa mi succederà se farò un errore... »

Chi continua a concentrarsi solo sul futuro, vive il presente in continua ansia. E' ansioso per cose che egli stesso anticipa, reali o immaginarie: impegni, conti da pagare, rapporti amorosi, crisi, malattie, pensionamento, il tempo e così via. Troppo preso dall’immaginazione si lascia sfuggire il presente e le sue possibilità reali, perché la mente e occupata da cose che non hanno rapporto con l’oggi. L’ansia impedisce di cogliere la realtà presente, per cui non si è più in grado di vedere, ascoltare, sentire, gustare, toccare o pensare in modo completo.
Incapaci dunque di percepire la situazione presente secondo la piena potenzialità dei loro sensi, i perdenti hanno percezioni non esatte o incomplete. Vedono se stessi e gli altri come attraverso una lente deformante che impedisce loro di affrontare la realtà in modo efficace.
I perdenti simulano, manipolano, perpetuano vecchi ruoli dell’infanzia. Investono le loro energie a celarsi dietro una maschera, per offrire all’esterno un volto diverso. Scrive Karen Horney: « Favorire il falso sé è una cosa che avviene sempre a spese del sé reale; trattiamo quest’ultimo con disprezzo o al massimo come un parente povero ». E di fatto, per i perdenti che simulano, la loro esibizione è spesso più importante della realtà.
I perdenti reprimono le loro capacità di esprimersi adeguatamente secondo tutta la gamma dei propri comportamenti. Non riescono neppure a vedere le grandi possibilità a loro disposizione per una linea di vita più produttiva, più appagante. Impauriti delle novità tendono a mantenere lo status quo, sono ripetitivi, perpetuando non solo i propri errori ma spesso anche quelli delle loro famiglie e della loro cultura.
Per un perdente è difficile sia dare che ricevere affetto, e quindi impegnarsi in rapporti intimi, onesti e aperti con gli altri. Da una parte cerca di manipolarli in modo che soddisfino le sue aspettative; dall’altra dirige spesso le sue stesse energie a soddisfare le attese altrui.

Inoltre i perdenti usano la loro intelligenza perlopiù in modo distorto, per raziona1izzare e intellettualizzare all’eccesso. Quando razionalizzano, trovano scuse per rendere plausibili le loro azioni, quando intellettualizzano, cercano di sopraffare gli altri con la propria dia1ettica verbale. Gran parte del loro potenziale rimane quindi assopito; non realizzato, non riconosciuto. Come il “principe ranocchio” della favola, sono legati da un incantesimo e la loro vita non è quella che poteva essere.

dal libro "Nati per vincere" di Muriel James e Doroty Jongeward.

21 marzo 2008

Un desktop ... surreale

Hai voglia di dare un tocco surreale al tuo desktop ?


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20 marzo 2008

Come far navigare con sicurezza i bambini e ... gli alunni



Internert è una "giungla".
Ovvero si possono trovare e ammirare le moltissime e bellissime risorse che offre, ma nello stesso tempo si possono fare degli sgradevolissimi incontri.
Per proteggere e far navigare in modo più sicuro i vostri bambini,
dal sito ilveliero.info è possibile scaricare un programma (un browser) che permette di navigare solo su siti sicuri.
Siti che sono scelti da esperti e che eventualmente potranno essere aggiunti a discrezione di chi ne fa uso.
Il programma è di uso gratuito per le famiglie e può essere scaricato da qui
mentre la versione per le Scuole, scaricabile da qui è gratuita per 10 giorni. Per l'acquiso consultate questa pagina: acquisto ilveliero

Per avere maggiori informazioni potete consulare le videoguide,
oppure stampare e leggere con tutta tranquillità il manualefamiglia in PDF.

19 marzo 2008

Pubblicata la nuova edizione di "PC da zero" - (scaricala gratuitamente)

E' uscita la nuova edizione del libro "PC da zero" aggiornato al sistema operativo Windows Vista e ai programmi Word, Excel e Powerpoint 2007 e Internet Explorer 7.
La prima edizione del libro si trova nella classifica delle prime dieci opere più vendute di Lulu.com e la versione elettronica è già stata scaricata da oltre 10.000 utenti.
Da questo link: PC da Zero - Edizione 2008 oltre ad acquistarlo è possibile scaricare l'intero libro in formato elettronico.
Per maggiori informazioni riguardante l'acquisto vedi I libri di PC da zero

02 marzo 2008

Il sentiero della compassione

La compassione ha inizio alla sorgente della vita.
Quando la consapevolezza di sé si è fatta profonda, quando va a sfiorare la fonte della vita, la compassione affiora spontaneamente. La consapevolezza l’ha animata. La compassione è la qualità che mostrano coloro che sanno esprimere gentilezza in tutta libertà. Per sua natura non richiede sforzo, non è mai superficiale. E una coscienza empatica che veicola pietà sul disagio altrui e vuole alleviarlo. Di tutte le emozioni che la psiche umana può generare, la compassione è la più delicata e la più gratificante.
Come tutte le emozioni di tenerezza, se viene descritta con fede, la compassione si risveglia nell’ ascoltatore. Nel Mercante di Venezia Shakespeare mette in bocca a Porzia queste parole:

La qualità della compassione non è forzata
Ma cade come dolce pioggia dal cielo
Su ciò che è sotto. Due volte è benedetta:
Benedice chi dà e chi riceve.
Potente fra i potenti, fa il monarca in trono
Migliore della sua corona.
Lo scettro suo mostra la forza del potere
Temporale, i solenni attributi di maestà,
Là dove risiede il timore dei re;
Ma la compassione sovrasta il dominio
Dello scettro, incastonata nel cuore dei re,
E di Dio stesso un attributo.


Pietà, compassione e gentilezza non sono eventi casuali del sentire umano. Sono cresciute in un ambito di tendenze universali della natura in accordo con il processo di evoluzione. Tutti gli organismi viventi hanno modelli di comportamento tendenti a porre l’insieme al di sopra dei singoli interessi. Le cellule lavorano non per se stesse, ma per l’integrità del tessuto di cui fanno parte. Analogamente, i tessuti lavorano di concerto per mantenere l’integrità degli organi e gli organi, a loro volta, mantengono l’integrità di tutto l’organismo. Secondo la biologia moderna, si tratta di una sorta di altruismo geneticamente programmato. Qualsiasi parte di un organismo vivente è pronta a morire per proteggere l’integrità genetica dell’entità maggiore.
Per me questo processo è la radice della compassione, poiché ogni cellula «empaticamente» percepisce i bisogni di tutte le altre cellule e automaticamente risponde a essi. Come caratteristica umana, la compassione è qualcosa di maestoso, ma mostra anche la sana continuazione di un istinto naturale fondamentale. Senza compassione non vi è guarigione. Essa è una motivazione interiore del corpo e risveglia il desiderio di stare bene. Quando questa qualità è carente, interviene il medico. Senza compassione, le sue capacità tecniche possono far poco. Il flusso di compassione che parte dal medico mette in movimento una complessa serie di reazioni biochimiche e sono loro, in definitiva, che portano a compimento la cura a livello della fisiologia.
Ha ragione Norman Cousins quando, descrivendo i pazienti, fa riferimento alla loro «ampia gamma di bisogni emotivi; vogliono essere rassicurati, ascoltati, sentire che per il medico c’è una grande differenza se loro vivono o muoiono. Vogliono sentirsi nei pensieri del medico». Questo ultimo punto, essere nei pensieri del medico, trovo che sia l’aspetto più influente nell’ambito della professione. Il dato richiede da parte del dottore un flusso di sentimento al livello più sottile. E una richiesta di compassione alla fonte della vita.
La compassione non è comune altruismo. Alla fin fine è un meccanismo funzionale a se stesso, poiché risana e rinnova la persona che la dà. Guarisce il guaritore. Avere carenze di compassione significa essere isolati dalle emozioni degli altri, e questa è una condizione pericolosa e foriera di malattie. Anche se la compassione è innata, vuole crescere ed evolvere; quindi può essere coltivata. In questo passaggio, il lama buddista tibetano Tarthang Tulku Rinpoche parla di come coltivare la compassione:

Tutte le cose sono profondamente collegate. Una volta compreso questo, ogni rapporto diventa basato sul sentimento d’amore, non amore calcolato ma una naturale amicizia verso tutti gli esseri, una naturale apertura fondata su una naturale comprensione dell’interrelazione. Con il tempo, l’idea stessa della motivazione personale scompare e ci si rende conto che, senza motivazioni o interessi personali, qualsiasi problema si possa avere è risolto. Non esiste alcun problema individuale.

Trovo che queste parole siano una grande fonte d’ispirazione poiché dimostrano che l’ideale condizione mentale, «non ho problemi», si sviluppa in quanto semplice elemento della vita. Non vi è spazio né fatica; tutto quello che è necessario, come afferma successivamente Tarthang, è vedere gli altri come parte della propria vita:

Più vengo a sapere di problemi altrui, più i miei problemi si risolvono automaticamente. E importante osservare i problemi degli altri... La conoscenza dell’altro incrementa la conoscenza di sé; la conoscenza di sé incrementa la compassione; la compassione incrementa la conoscenza dell’altro. E un cerchio ristretto, nel quale si può entrare soltanto abbandonando le eccessive preoccupazioni per i propri problemi.

Le varie scuole della moderna psicologia del profondo, a partire dalla psicoanalisi, hanno, in un certo senso, commesso l’errore di sostenere questa eccessiva preoccupazione per i propri problemi. A livello della società, l’Oriente può non avere realizzato i suoi ideali di illuminazione, ma è stato beneficato dal concetto, che è parte della più ampia idea di illuminazione, secondo cui ognuno è dedicato a tutti gli esseri senzienti. Lo stesso Buddha è universalmente conosciuto come «il compassionevole». L’attaccamento ai propri problemi non è un segno di sviluppo di sé. E l’inizio, al contrario, di una visione stentata e ristretta cui la compassione mostra la via d’uscita.
Agli occhi della compassione, siamo tutti uguali. Siamo parte della vita infinita dell’universo e meritiamo un uguale posto in esso. Questa realtà è stata osservata con chiarezza ogni volta che è stata resa trasparenza alle porte della percezione; meglio che dalle mie parole, però, quello che intendo dire può essere espresso dai versi del grande poeta bengalese Rabindranath Tagore:

Upagupta, discepolo del Buddha,
dormiva fra la polvere
presso le mura di Mathura.
Erano spenti i lumi, chiuse le porte
ed erano nascoste le stelle
sotto il denso cielo d’agosto.
Di chi erano quei piedi dalle cavigliere
tintinnanti che d’improvviso
gli toccarono il petto?
Si svegliò pieno di stupore
e la lampada di una donna
illuminava i suoi occhi clementi.
Luccicante di gioielli, la danzatrice
ammantata d’azzurro era là,
ebbra del vino della sua giovinezza.
Abbassò il lume e vide il giovane volto
d’una bellezza austera.
«Perdonami, giovane asceta», disse la donna.
«La polvere del suolo non è il giusto letto
per te. Vieni, per gentilezza, a casa mia.»
Rispose il giovane asceta: «Donna,
va’ per la tua strada.
Quando sarà tempo verrò».
La nera notte mostrò i denti
nella luce improvvisa di una folgore.
Da un angolo di cielo ruggì la bufera
e la donna tremò
come per un pericolo misterioso.
Meno di un anno dopo era una sera d’aprile
e nella stagione di primavera
gli alberi della via erano tutto un germoglio.
Nel tepore ondeggiavano lontane
allegre note di flauto.
La gente di città era andata nel bosco
per la festa dei fiori.
Dal cielo la luna piena osservava
le ombre della città silente.
Camminava il giovane asceta
nell’erma via, mentre sopra il suo capo,
dai rami dei manghi, cuculi innamorati
lanciavano il loro insonne lamento.
Sotto il bastione, oltre le porte cittadine,
s’arrestò Upagupta.
Era forse una donna
quella stesa ai suoi piedi
all’ombra del bosco di manghi?
Colta da una pestilenza nera
il corpo piagato dal vaiolo,
rapidamente scacciata dalla città
per scacciare il suo velenoso contagio.
Sedutosi accanto a lei,
l’asceta le prese il capo fra le ginocchia.
Con acqua le bagnò le labbra
e le unse il corpo con balsamo di sandalo.
«Chi sei tu, magnanimo essere?» chiese la donna.
«Il tempo ch’io venissi da te è arrivato»,
rispose il giovane asceta.
«E sono qui.»

Deepak Chopra da "La mia via al benessere"

immagine da
Marc Shandro

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