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La dipendenza è profondamente disumanizzazione

 La parola "dipendenza" è immediatamente associata all'abuso di qualche sostanza: dipendenza dall'alcol, dal tabacco, dalle droghe. Sicuramente queste ultime sono quelle più diffuse e procurano un danno enorme alla società umana, ma la dipendenza di cui si discute in questa sede ha un'accezione più ampia. Secondo la psicologia buddhista, la dipendenza comprende qualsiasi bisogno compulsivo di possedere o di sperimentare qualcosa. È caratterizzata dalla convinzione che "devo avere... per essere felice". Si può essere dipendenti dall'accumulazione di capitale, dai beni materiali, dallo shopping, dal potere, dal lavoro, dai divertimenti, dal cibo o dal sesso. La schiavitù e l'ossessione che caratterizza le dipendenze restringono drasticamente la prospettiva. Esse si concentrano infatti sull'esperienza immediata, sulla gratificazione momentanea dei desideri. Direttamente o indirettamente, tendono a intorpidirci e a ridurre la nostra consapevolezza. Come spiega Ed Ayres, in questo modo la dipendenza annienta la capacità di immaginare e di essere in empatia con gli altri. "Essere umani significa invece essere capaci di immaginare, di vedere nel senso letterale del termine, di essere in empatia con gli altri così come di ascoltare i propri bisogni". La dipendenza è dunque profondamente disumanizzazione.

   Tra le forme di dipendenza più diffuse (e interconnesse) del mondo moderno ci sono quelle dalla crescita economica e dal consumo, come pure quelle, a esse collegate, dalla televisione e dalle tecnologie. A differenza di altre, queste dipendenze sono accettate e anzi incoraggiate dal capitalismo corporativo.
Come già osservato, la "crescita" quantitativa indifferenziata e l'accumulazione di capitale sono considerati gli obbiettivi economici prioritari, pur non avendo finora generato un maggiore benessere e avendo al contrario arrecato danni incalcolabili. A livello popolare si incoraggia il consumo come se fosse la chiave per la felicità. e un fiume di spot pubblicitari alimenta questa dipendenza. David Korten afferma:

Invece di insegnarci che il cammino verso la soddisfazione è
vivere al meglio grazie alla relazione con la famiglia, la comunità,
la natura e il cosmo vivente, i media asserviti alle multinazionali
non fanno che proporci una falsa promessa: quali che siano i nostri desideri,
il mercato è la via per la gratificazione immediata.
ll nostro fine è quello di consumare: siamo nati per comprare.
Incantati dalle sirene del mercato, sottovalutiamo l'energia vitale
che impieghiamo per ottenere denaro e sopravvalutiamo
i presunti benefici in termini di energia vitale derivanti dallo spenderlo. (1995)

   Così mentre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è allettata dal sogno di un paradiso consumistico che non potrà mai raggiungere, una piccola cerchia che invece possiede i mezzi si affanna ad acquisire quanti più beni possibile.
Eppure il bisogno di consumare non è mai appagato. Chi vive nelle società consumistiche non è certo più felice oggi rispetto agli anni Cinquanta, anche se il potere d'acquisto è più che raddoppiato (Winter, 1996).
Negli Stati Uniti, la percentuale di persone che si definiscono "molto felici" è scesa dal 25 per cento del 1957 al 30 per cento di oggi (Gardner, 2001).
Ciò che caratterizza le dipendenze è proprio il fatto che i bisogni compulsivi a esse sottesi non possono mai essere soddisfatti. Questo perché il bisogno umano di gioia, amore e significato non può essere colmato da nessuna sostanza, da nessuna merce o piacere immediato.

   Nonostante questo vuoto, la sofferenza che soggiace alle dipendenze è spesso mascherata: un certo grado di negazione si accompagna sovente alla dipendenza, qualsiasi forma essa assuma.
L'alcolista che continua a bere cercherà di mantenere un'apparenza normale, e negherà che ci sia un problema.
Anche le società dipendenti dalla crescita infinita e dal consumo illimitato negano i problemi, quasi che la finitezza delle risorse si potesse liquidare con una fede cieca e irrazionale in soluzioni ancora da elaborare. In ultima analisi, la dipendenza ci costringe a vivere in una menzogna, a vivere nell'illusione.

Fonte: Il Tao della liberazione di Leonardo Boff e Mark Hathaway

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