
Quando la consapevolezza di sé si è fatta profonda, quando va a sfiorare la fonte della vita, la compassione affiora spontaneamente. La consapevolezza l’ha animata. La compassione è la qualità che mostrano coloro che sanno esprimere gentilezza in tutta libertà. Per sua natura non richiede sforzo, non è mai superficiale. E una coscienza empatica che veicola pietà sul disagio altrui e vuole alleviarlo. Di tutte le emozioni che la psiche umana può generare, la compassione è la più delicata e la più gratificante.
Come tutte le emozioni di tenerezza, se viene descritta con fede, la compassione si risveglia nell’ ascoltatore. Nel Mercante di Venezia Shakespeare mette in bocca a Porzia queste parole:
La qualità della compassione non è forzata
Ma cade come dolce pioggia dal cielo
Su ciò che è sotto. Due volte è benedetta:
Benedice chi dà e chi riceve.
Potente fra i potenti, fa il monarca in trono
Migliore della sua corona.
Lo scettro suo mostra la forza del potere
Temporale, i solenni attributi di maestà,
Là dove risiede il timore dei re;
Ma la compassione sovrasta il dominio
Dello scettro, incastonata nel cuore dei re,
E di Dio stesso un attributo.
Pietà, compassione e gentilezza non sono eventi casuali del sentire umano. Sono cresciute in un ambito di tendenze universali della natura in accordo con il processo di evoluzione. Tutti gli organismi viventi hanno modelli di comportamento tendenti a porre l’insieme al di sopra dei singoli interessi. Le cellule lavorano non per se stesse, ma per l’integrità del tessuto di cui fanno parte. Analogamente, i tessuti lavorano di concerto per mantenere l’integrità degli organi e gli organi, a loro volta, mantengono l’integrità di tutto l’organismo. Secondo la biologia moderna, si tratta di una sorta di altruismo geneticamente programmato. Qualsiasi parte di un organismo vivente è pronta a morire per proteggere l’integrità genetica dell’entità maggiore.
Per me questo processo è la radice della compassione, poiché ogni cellula «empaticamente» percepisce i bisogni di tutte le altre cellule e automaticamente risponde a essi. Come caratteristica umana, la compassione è qualcosa di maestoso, ma mostra anche la sana continuazione di un istinto naturale fondamentale. Senza compassione non vi è guarigione. Essa è una motivazione interiore del corpo e risveglia il desiderio di stare bene. Quando questa qualità è carente, interviene il medico. Senza compassione, le sue capacità tecniche possono far poco. Il flusso di compassione che parte dal medico mette in movimento una complessa serie di reazioni biochimiche e sono loro, in definitiva, che portano a compimento la cura a livello della fisiologia.
Ha ragione Norman Cousins quando, descrivendo i pazienti, fa riferimento alla loro «ampia gamma di bisogni emotivi; vogliono essere rassicurati, ascoltati, sentire che per il medico c’è una grande differenza se loro vivono o muoiono. Vogliono sentirsi nei pensieri del medico». Questo ultimo punto, essere nei pensieri del medico, trovo che sia l’aspetto più influente nell’ambito della professione. Il dato richiede da parte del dottore un flusso di sentimento al livello più sottile. E una richiesta di compassione alla fonte della vita.
La compassione non è comune altruismo. Alla fin fine è un meccanismo funzionale a se stesso, poiché risana e rinnova la persona che la dà. Guarisce il guaritore. Avere carenze di compassione significa essere isolati dalle emozioni degli altri, e questa è una condizione pericolosa e foriera di malattie. Anche se la compassione è innata, vuole crescere ed evolvere; quindi può essere coltivata. In questo passaggio, il lama buddista tibetano Tarthang Tulku Rinpoche parla di come coltivare la compassione:
Tutte le cose sono profondamente collegate. Una volta compreso questo, ogni rapporto diventa basato sul sentimento d’amore, non amore calcolato ma una naturale amicizia verso tutti gli esseri, una naturale apertura fondata su una naturale comprensione dell’interrelazione. Con il tempo, l’idea stessa della motivazione personale scompare e ci si rende conto che, senza motivazioni o interessi personali, qualsiasi problema si possa avere è risolto. Non esiste alcun problema individuale.
Trovo che queste parole siano una grande fonte d’ispirazione poiché dimostrano che l’ideale condizione mentale, «non ho problemi», si sviluppa in quanto semplice elemento della vita. Non vi è spazio né fatica; tutto quello che è necessario, come afferma successivamente Tarthang, è vedere gli altri come parte della propria vita:
Più vengo a sapere di problemi altrui, più i miei problemi si risolvono automaticamente. E importante osservare i problemi degli altri... La conoscenza dell’altro incrementa la conoscenza di sé; la conoscenza di sé incrementa la compassione; la compassione incrementa la conoscenza dell’altro. E un cerchio ristretto, nel quale si può entrare soltanto abbandonando le eccessive preoccupazioni per i propri problemi.
Le varie scuole della moderna psicologia del profondo, a partire dalla psicoanalisi, hanno, in un certo senso, commesso l’errore di sostenere questa eccessiva preoccupazione per i propri problemi. A livello della società, l’Oriente può non avere realizzato i suoi ideali di illuminazione, ma è stato beneficato dal concetto, che è parte della più ampia idea di illuminazione, secondo cui ognuno è dedicato a tutti gli esseri senzienti. Lo stesso Buddha è universalmente conosciuto come «il compassionevole». L’attaccamento ai propri problemi non è un segno di sviluppo di sé. E l’inizio, al contrario, di una visione stentata e ristretta cui la compassione mostra la via d’uscita.
Agli occhi della compassione, siamo tutti uguali. Siamo parte della vita infinita dell’universo e meritiamo un uguale posto in esso. Questa realtà è stata osservata con chiarezza ogni volta che è stata resa trasparenza alle porte della percezione; meglio che dalle mie parole, però, quello che intendo dire può essere espresso dai versi del grande poeta bengalese Rabindranath Tagore:
Upagupta, discepolo del Buddha,
dormiva fra la polvere
presso le mura di Mathura.
Erano spenti i lumi, chiuse le porte
ed erano nascoste le stelle
sotto il denso cielo d’agosto.
Di chi erano quei piedi dalle cavigliere
tintinnanti che d’improvviso
gli toccarono il petto?
Si svegliò pieno di stupore
e la lampada di una donna
illuminava i suoi occhi clementi.
Luccicante di gioielli, la danzatrice
ammantata d’azzurro era là,
ebbra del vino della sua giovinezza.
Abbassò il lume e vide il giovane volto
d’una bellezza austera.
«Perdonami, giovane asceta», disse la donna.
«La polvere del suolo non è il giusto letto
per te. Vieni, per gentilezza, a casa mia.»
Rispose il giovane asceta: «Donna,
va’ per la tua strada.
Quando sarà tempo verrò».
La nera notte mostrò i denti
nella luce improvvisa di una folgore.
Da un angolo di cielo ruggì la bufera
e la donna tremò
come per un pericolo misterioso.
Meno di un anno dopo era una sera d’aprile
e nella stagione di primavera
gli alberi della via erano tutto un germoglio.
Nel tepore ondeggiavano lontane
allegre note di flauto.
La gente di città era andata nel bosco
per la festa dei fiori.
Dal cielo la luna piena osservava
le ombre della città silente.
Camminava il giovane asceta
nell’erma via, mentre sopra il suo capo,
dai rami dei manghi, cuculi innamorati
lanciavano il loro insonne lamento.
Sotto il bastione, oltre le porte cittadine,
s’arrestò Upagupta.
Era forse una donna
quella stesa ai suoi piedi
all’ombra del bosco di manghi?
Colta da una pestilenza nera
il corpo piagato dal vaiolo,
rapidamente scacciata dalla città
per scacciare il suo velenoso contagio.
Sedutosi accanto a lei,
l’asceta le prese il capo fra le ginocchia.
Con acqua le bagnò le labbra
e le unse il corpo con balsamo di sandalo.
«Chi sei tu, magnanimo essere?» chiese la donna.
«Il tempo ch’io venissi da te è arrivato»,
rispose il giovane asceta.
«E sono qui.»
Deepak Chopra da "La mia via al benessere"
immagine da Marc Shandro
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